Quanto è difficile restare in silenzio?
Durante una formazione sulla comunicazione efficace, mi è capitato di porre l’attenzione sul silenzio. Ci sono stati tre momenti specifici nella formazione in cui si richiedeva di restare in silenzio: un silenzio era riflessivo, uno emotivo, uno di ascolto. I tre momenti erano strutturati ed accompagnati attraverso un percorso guidato. In tutti e tre i momenti ci sono stati dei segnali di difficoltà da parte dell’aula nel trattenere il bisogno di riempirlo in qualche modo.
Perché è così difficile gestire il silenzio e perché è importante invece per una buona comunicazione efficace? Senza spazi “vuoti” non può esistere comunicazione; parlare ininterrottamente senza pause equivale a non dare un senso al discorso; stando in silenzio si può ascoltare e dare spazio sia a noi che a quello che ci circonda; non usare il canale verbale significa dare spazio a tutto il canale non verbale e paraverbale.
La necessità di “riempire” sempre ed a tutti i costi può avere alle spalle tutta una serie di motivazioni. Nei tre momenti specifici della formazione queste motivazioni erano legate sia a paure inconsce che alla performance. Nella mente inconscia il silenzio può rappresentare un tempo e uno spazio vuoto e questo vuoto evoca angoscia di perdita e fine. L’ansia performativa da riempimento nasce dal bisogno di dover dare una risposta “a tutti i costi”, si ascolta per rispondere e non per ascoltare; c’è la difficoltà di gestione dello spazio e della rielaborazione dell’emotività.
Per diventare esperti comunicatori occorre prima imparare ad ascoltare e ad ascoltarsi e questo passa necessariamente dallo spazio del silenzio, che acquisisce significato e non è più uno spazio vuoto, ma carico di contenuti.
È fondamentale durante questo tipo di formazione passare dalla sperimentazione “guidata” del silenzio e dare dei feedback agli allievi sulla gestione dello stesso, sperimentando in prima persona il potere dell’ascolto.

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